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Domenica 09 Agosto 2009 21:01
SEVEN SPIRITS OF GOD

 

© 2009 Paolo Linetti (diritti riservati)

 

I Sette Spiriti di Dio

 

Il mistero dei sette nomi

A Roma nella chiesa di Santa Maria degli angeli e dei martiri, progettata sul sito delle terme di Diocleziano dal genio di Michelangelo, sopra l’altar maggiore si trova un piccolo dipinto che somiglia di più a un quadro per la devozione personale che a una pala d’altare. Raffigura la Vergine in trono con Bambino attorniata da angeli. La cosa non desterebbe di per sé molto stupore, se non fosse per il fatto che si tratta del più significativo esempio dell’iconografia dei sette arcangeli in ambito cattolico.

Come in ogni storia che si rispetti, dobbiamo partire da dove tutto ebbe inizio e dal personaggio a cui questo dipinto e il culto dei Sette Spiriti di Dio sono legati a doppio filo. Tra il 1513 e il 1515 nella chiesina palermitana di Sant’Angelo il vicario generale monsignor Tommaso lloroso trovò, un antico affresco che, una volta ripulito, mostrò i Sette Principi degli angeli, abilmente descritti nella loro precisa iconografia con i nomi e le rispettive funzioni. In quella piccola chiesa insegnava canto liturgico negli stessi anni un giovane sacerdote, Antonio Lo Duca, che da quel momento lega la sua vicenda a quella dei Sette e al loro culto.
Il dipinto destò subito grande stupore e affascinato interesse da parte dei palermitani che si recavano nella piccola chiesa ad ammirare i Sette Arcangeli, tanto che la fama dell’affresco, con il suo carico di mistero per quelle figure così antiche, accompagnate da nomi dimenticati ma che, solo mezzo secolo prima erano stati risuscitati dal beato Amedeo Menez de Sylva nella sua mistica ‘Apocalypsis nova’, raggiunse perfino l’imperatore Carlo V che ne fece trarre una riproduzione e divenne tra i primi devoti del culto dei Sette Spiriti di Dio.
Altri personaggi influenti dell’epoca appoggiarono il progetto di Lo Duca di restituire questo culto; ricordo solo ad esempio san Filippo Neri, Margherita d’Austria, Vittoria Colonna e non ultimo Michelangelo, ma il cammino per il riconoscimento del culto fu lungo e tortuoso, fra accidia, e timorosi e superstiziosi sospetti di uomini della Curia romana e perfino di papi.

Tre o sette: il numero e i nomi

Che gli Arcangeli siano sette sorprende più l’uomo contemporaneo che non quello del Rinascimento. Nella Bibbia il loro numero è chiaramente indicato nel libro di Tobia (12,15) per bocca di Raffaele che afferma: “Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che stiamo presso la gloria del Signore”. Altre testimonianze vengono ancora dall’Antico Testamento: Mosè apprende da Dio che i Sette Spiriti sono al di sopra di tutti gli altri angeli e sono gli unici che, astanti al suo trono, lo possono contemplare; al profeta Zaccaria essi compaiono come le Sette Lucerne (Zc 4,10).
Nel Nuovo Testamento vengono citati spesso nell’Apocalisse di Giovanni, come i Sette Spiriti (Ap 1,4), le Sette Fiaccole attorno all’Eterno (1,12; 4,5), i Sette Occhi sull’Agnello (5,6), o i sette angeli che suonano le sette trombe all’apertura dell’ultimo sigillo (8,1).
Per questo la Chiesa Cattolica, in accordo con la Scrittura, ha sempre accettato il numero settenario; il problema risiede nei nomi. Michele (Chi è come Dio?), Raffaele (Cura di Dio) e Gabriele (Forza di Dio) sono gli unici i cui nomi vengono menzionati nella Bibbia. Dove trovare i nomi degli altri quattro? Nei testi non-canonici del libro di Enoch e del IV libro di Esdra, tenuti con buon margine di accettazione dalla Chiesa, sono recensiti i nomi dei rimanenti, che sono ritenuti autentici anche dalla Chiesa ortodossa e dalla religione ebraica.
Anche i testi apocrifi, con qualche variazione per la nomenclatura, ricordano il nome dei quattro; diverso è il caso dei testi esoterici e cabalistici che, letti ampiamente dagli intellettuali laici e religiosi del Rinascimento, operano molte tortuose variazioni circa la dominazione e le potenze che queste figure presiedono.
E’ doveroso ricordare per primo il nome di Uriele (Luce/Fuoco di Dio) che, rispetto ai rimanenti, ebbe un’attestazione abbastanza massiccia per tutti i primi secoli cristiani tanto da essere comunemente definito ‘il quarto’. Fino al Rinascimento si ritrovano chiese a lui dedicate. Fu invocato nelle preghiere di numerosi santi, fra i quali sant’Ambrogio che gli dedicò uno dei lati del ‘campanile dei quattro angeli’. Uriele, infatti, come Michele, Gabriele e Raffaele è uno dei protettori dei quattro punti cardinali e dei quattro elementi (la terra), e compare anche, insieme ai tre ‘maggiori’ in una preghiera di origine ebraica, molto diffusa nel Medioevo italiano.
L’iconografia concede a Uriele un posto privilegiato ponendolo sempre in stretto rapporto con i tre menzionati nella Scrittura. I Padri della Chiesa riconoscono in Uriele l’angelo che cacciò Adamo ed Eva e che è posto a guardia dell’Eden con una spada fiammeggiante. Secondo i testi non canonici è anche l’angelo che annunciò il diluvio a Noè.

Tre nomi da scoprire

Per i restanti tre arcangeli l’esigenza di conoscere il loro esatto nome si scontrava con il medievale timore di cadere in errori tali da pregare erroneamente entità infernali anziché celesti. Per questo la loro nomenclatura è rimasta più incerta e la Chiesa cattolica non ha mai accolto come autentici questi nomi.
In pochi casi il nome accompagna le raffigurazioni (questo era il caso dell’affresco in Sant’Angelo a Palermo) mentre talvolta, com’è successo al dipinto di Santa Maria degli Angeli a Roma, i nomi sono stati cancellati.
Le fonti più antiche e meno corrotte evidenziano con larga percentuale i seguenti nomi, con minime, differenze dovute alla vocalizzazione dall’ebraico:
Sealatiele, Salitele (Preghiera di Dio): ha il compito di portare le preghiere a Dio. La tradizione rabbinica lo identifica come l’angelo che fermò la spada di Abramo mentre sacrificava il figlio Isacco sul monte Moria. In genere è raffigurato in preghiera o con un turibolo come simbolo della preghiera che sale a Dio.
Barachiele (Benedizione di Dio): ha il compito di portare l’aiuto divino agli uomini. La religione ebraica lo riconosce come l’angelo che, sotto forma di una colonna di fuoco, precedeva il popolo di Israele nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto.
E’ raffigurato nell’atto di distribuire le rose – in genere bianche – che tiene in grembo. La rosa simboleggia qui la grazia di Dio.
Jeudiele (Lode di Dio): ha il compito di correggere e insegnare agli uomini. I testi ebraici lo indicano come il precettore di Sem, figlio di Noè. E’ raffigurato con una corona in una mano e nell’altra un flagello a tre corregge. Simboleggia l’azione pedagogica di Dio che corregge e che premia.

 Viaggio a ritroso verso Palermo

Questi nomi sono gli stessi che apparvero ad Antonio Lo Duca nell’affresco, ora perduto, della chiesina di Palermo. L’importanza del dipinto risiede non solamente nella raffigurazione dei Sette, fatto fino a quel momento abbastanza raro nelle chiese cattoliche, ma non del tutto inusuale (basti pensare alla cupola degli Angeli nella Basilica di San Marco a Venezia che li presenta tutti muniti di scettro e accompagnati dai rispettivi nomi), ma nell’indicazione precisa di ciascun nome e delle mansioni celesti di ognuno e, soprattutto - questa è la straordinaria rivelazione – della loro precisa descrizione iconografica.
Dalle numerose descrizioni e dalle varie riproduzioni che ci sono giunte sappiamo che l’affresco palermitano proponeva una teoria dei Sette Principi con al centro

Michele, il capo degli arcangeli, raffigurato in armatura con lancia e bandiera in atto schiacciare Lucifero, definito ‘Victoriosus’.
Uriele, con una spada sguainata e il fuoco sotto i piedi era definito ‘Fortis socius’.
Barachiele, con un serto di rose bianche da distribuire, era chiamato ‘Adjutor’.
Gabriele, raffigurato con una lucerna in una mano e uno specchio di diaspro nell’altra – iconografia utilizzata solo quando lo si trova in composizione con gli altri sei – era riconoscibile per l’epiteto di ‘Nuncius’.
Raffaele, con Tobia tenuto per mano e con il vasetto dei medicinali, era definito ‘Medicus’.
Jeudiele, con una corona in una mano e un flagello a tre code nell’altra, era chiamato ‘Remunerator’.
 Sealtiele, raffigurato raccolto in preghiera, era accompagnato dall’epiteto di ‘Orator’.

Sulla base di questo affresco Antonio Lo Duca si fece dipingere il piccolo quadro dal quale siamo partiti: ogni angelo tiene in mano un cartiglio che riporta gli epiteti palermitani e aveva scritto sulla veste il nome di ciascuno. Successivamente i nomi vennero cancellati perché ritenuti apocrifi. L’iconografia del quadretto di Lo Duca divenne, però, fondamentale per la raffigurazione dei Sette Arcangeli in tutta la penisola italiana a partire dalla chiesa del Gesù a Roma (i Gesuiti, infatti, promossero il culto dei Sette soprattutto nelle missioni dell’America Latina), confermando che questo filone poco attestato dell’iconografia cristiana ha avuto una sua fioritura e una sua fortuna, soprattutto nell’ambito della riforma della Chiesa prima e dopo il Concilio di Trento.

Articolo pubblicato in Stile Arte (Novembre 2008)

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